Demolire e ricostruire le nostre periferie per risolvere l'emergenza abitativa - La tua casa in legno

Contattaci
4 giugno 2018
Categoria
Grandi strutture
Commenti 0

Tags , , , , , ,

La premessa è d’obbligo: manca la volontà di affrontare e risolvere la cosiddetta emergenza abitativa. Ci sguazzano in tanti. Troppi. A danno – ovviamente – di chi ha davvero bisogno. Eppure, oggi esistono già le conoscenze e i progetti concreti per agire. Rapidamente, con efficacia ed efficienza. Manca anche la visione, certo. Ma per quella ci sono le best practice in giro per il mondo (siamo nell’era del copia-e-incolla), le progettualità delle Università italiane e l’esperienza di chi lavora sul campo da decenni. Il problema di fondo è solo la (mancanza di) volontà.
In Italia, si è fatta la scelta di concentrare l’edilizia economia e popolare in quartieri poi divenuti ghetti. Non è così nei paesi del Nord Europa, dove vi sono appartamenti destinati ai bisognosi anche nei palazzi dei quartieri più chic. Concentrare tanti problemi sociali in un luogo ristretto, non pare ai nostri vicini danesi, per esempio, una mossa di buon senso.
Purtroppo, queste periferie italiane sono state costruite male, son brutte e pericolose. Anche il quartiere di San Saba, per dire, è stato costruito con l’idea di dare alloggi “popolari” alle fasce medio-basse. Ma fare le cose brutte e scadenti non era lo spirito del tempo. Specie a Roma.
Le cose cambiarono. Come ci ricorda Aldo Loris Rossi, ordinario di Progettazione architettonica e ambientale all’Università Federico II di Napoli, “In Italia bisogna rottamare la spazzatura edilizia post-bellica, senza qualità, interesse storico ed efficienza antisismica. Si tratta di circa quaranta milioni di vani, costruiti tra il 1945 e il 1972-75, che non solo non sono meritevoli di conservazione, ma che andrebbero distrutti quanto prima”.
Pensate che il 70% delle scuole italiane ha lesioni strutturali. Una ritinteggiata e due infissi nuovi non servono a nulla. Il problema è strutturale.
Non solo: ma come ci ricorda l’inventore del concetto di Casaclima, Norbert Lantschner, “Nel 2011, il 40% della bolletta energetica riguardava il residenziale”. La soluzione? Risanare l’edilizia esistente, che è di bassa qualità e richiede una notevole mole di energia per rendere abitabili le nostre case.
Una soluzione non più rinviabile, e non solo per risparmiare tanti soldi in bolletta. Si pensi che “l’edilizia degli anni ’40, ’50 e ’60 non è antisismica, è stata costruita nell’emergenza e senza garanzie di stabilità. Le prime leggi severe sull’edilizia antisismica, infatti, risalgono agli inizi degli anni ’70. Il cemento armato non dura in eterno, quindi, dopo 25-30 anni la resistenza si riduce progressivamente. Personalmente – ricorda Loris Rossi – ho assistito alla demolizione di edilizia post-bellica degli anni ’40 e ’50 e ho notato che dentro il cemento non c’era più il ferro”. In pratica il cemento non era più armato, ma ‘disarmato’.
Inutile dire che questo grande tema non riguarda solo le attuali case popolari, ma anche quelle che lo furono, che oggi magari costituiscono determinati quartieri residenziali, dove i vecchi inquilini magari hanno riscattato la proprietà e così via. E’ un tema che riguarda tutti, non solo chi non ha i soldi per pagare l’affitto.
La cosa bella è che in tutto il mondo si demoliscono e si ricostruiscono interi quartieri. E in tutto il mondo si costruiscono residenze autosufficienti energeticamente. Perchè non la ricerca, ma il mercato – cioè la realtà concreta- offre già tutte le soluzioni, tutto il know-how e tutta l’esperienza necessaria.
Di più: tutto questo ce l’abbiamo in Italia. L’Università di Roma Tre ha vinto le Olimpiadi di bioarchitettura con un progetto per riqualificare Tor Fiscale. L’azienda main sponsor del progetto vincente (Rubner spa) ha già realizzato a Brescia quattro palazzine di quattro piani interamente in legno, per un totale di 72 appartamenti. In soli 5 mesi. Oppure una scuola a Soliera (MO) dopo il terremoto nell’Emilia in soli due mesi. La progettazione esecutiva ha richiesto solo 11 giorni di calendario e la realizzazione solo 43. L’asilo raggiunge la classe di efficienza energetica A (consumo inferiore a 30 kWh/m²a) e l’impianto fotovoltaico installato sul tetto contribuisce ad un ulteriore risparmio energetico dal 30% al 40%.

Sì, ma quanto costa? Indicare una cifra precisa al mq è ovviamente una stima fallace. Secondo il progetto-pilota RhOME for dencity, poco più di 1000 euro. Secondo l’esperienza di mercato, il costo al mq è leggermente superiore (max 1400) per un edificio nuovo di zecca, finito. Chiavi in mano. Al netto delle economie di scala. I costi di demolizione e smaltimento, invece, sono ormai fissati da apposite tabelle.
La più avanzata bioedilizia made in Italy sarebbe uno strumento per la riqualificazione delle nostre “case popolari”, un modo per abbattere i costi di manutenzione – a carico del pubblico: cercate su google quanti milioni di euro ogni regione spende ogni anno semplicemente per la manutenzione di tali edifici fatiscenti ed energivori: follia pura – e per risparmiare milioni di euro in energia. Infine, sarebbe un’occasione per educare il cittadino all’edilizia, all’urbanistica, all’architettura sostenibile. Così, questi cittadini inizieranno a chiedere ai propri rappresentanti quartieri a misura d’uomo, belli ed ecosostibili. Non è una favola. E’ già realtà. E parla pure italiano.



Commenta!

Scopri le ultime novità

Contattaci